martedì 2 maggio 2017

A Carpi, tra "popolo delle primarie" e "popolo dell'acqua pubblica"

Partiamo intanto dal dire che portare 4611 persone, in un giorno solo,  a votare per le primarie, è tutt’ora, nonostante il calo netto rispetto alle edizioni precedenti, una notevole prova di mobilitazione.
Che lo sia di democrazia è un’altra storia (per quanto mi riguarda alle primarie del partitone mancano due requisiti per dirsi “democratiche”.

Il primo è che manca la certezza della base elettorale. 
Un’elezione è democratica se si sa chi ha diritto di voto. Per le primarie che scelgono il segretario di un partito (sorta di associazione privata, di vaga forma giuridica, per quanto nominata nella Costituzione),  logica vorrebbe che venisse scelto dagli iscritti di quell’organizzazione. 
Si può anche pensare di allargarle agli elettori che si registrano come elettori “democratici”, ma in teoria la cosa dovrebbe essere fatta PRIMA delle elezioni, non durante (e non solo per garantirsi dagli scandali delle truppe cammellate in qualche seggio, malcostume che esiste ma che ritengo non incida statisticamente).

Il secondo motivo è che la parità fra concorrenti è un puro miraggio, in questo caso che vedeva correre l’ex presidente del consiglio, come in altri (clamoroso quelle per le regionali, dove il faccionedi Bonaccini era appiccicato davanti ad ogni sezione, mentre del suo avversario non ci si ricorda neanche il nome).

Detto questo, visto che sono ottima materia per monopolizzare i media per mesi e visto che creano “appartenenza”, chi può farle fa benissimo a farle.
A Carpi il risultato non si discosta da quello nazionale se non per frazioni di punto, prova (per altro già anticipata dai voti degli iscritti nelle sezioni), che anche il PD carpigiano è definitivamente “renzizzato”.
Poche , anche se pesanti le figure istituzionali che si erano spese per Orlando (la cui distinzione da Renzi, potrà forse essere nei toni e nei modi, ma sicuramente non nei contenuti), nessuna per “l’estremista” Emiliano, che comunque si porta a casa il suo 6%.
Sul conformismo del partito carpigiano si sono versati nei decenni litri di inchiostro (o milioni di bites), quel che è certo è che la transizione da Bersani a Renzi anche qua si è compiuta e il partito è tornato uno e compatto.
Un po’ più piccolo, ma per dimensioni organizzative ancora unico nella capacità di mobilitazione.

Forse.


Forse perché proprio a Carpi, negli tessi mesi caratterizzati dal monopolio comunicativo delle beghe interne al PD, un altro popolo si è mobilitato, a migliaia, per un obiettivo preciso di politica locale, di ben scarso appeal rispetto ad una competizione fra leader.
È il popolo dell’acqua pubblica, impegnato nella raccolta firme per il referendum per impedire la vendita di AIMAG a HERA.
Nonostante i gli arroganti, patetici, meschinitentativi del PD carpigiano e del Sindaco Bellelli di ostacolare la raccolta firme, il raggiungimento della cifra prevista dal regolamento comunale è di fatto già assodato, ma i militanti del Comitato per l’acqua pubblica, continuano pervicacemente nel loro lavoro di militanza e informazione, per garantirsi un ragionevole cuscinetto di firme eccedenti il minimo, con ancora quasi un mese di tempo per completare la raccolta.
Supportati solo da sporadici articoli su i giornali locali e da militanti in rete sui social, quelli del Comitato, su un tema ostico,  hanno “mobilitato”, uno per uno, convincendoli dai loro banchetti di strada, un paio di migliaia abbondanti di cittadini.

È un popolo che per dimensioni, dovrebbe cominciare a preoccupare i dirigenti del partitone, perché dimostra che non sono “monopolisti” né della capacità di mobilitazione, né tantomeno di sventolare in modo esclusivo la bandiera della “democraticità”, tanto decantata per scegliere i loro leader (9 volte su 10 comunque già predestinati), quanto ostacolata quando si tratta di usare gli strumenti, regolati da norme istituzionali e non da regole di partito, per dar voce veramente ai cittadini.

 

In realtà, i due popoli, in passato erano largamente sovrapponibili (come nel caso del 2010), ora credo invece che un solco di incomunicabilità , salvo che per ristrette frange dall'una e dall'altra parte, si vada allargando e chi cerca di tenere insieme disperatamente ciò che non può starci (la Sinistra Italiana che governa con il PD e intanto invita più o meno apertamente a sostenere il referendum), prima o poi dovrà decidere con chi stare in modo definitivo e non a correnti alterne, perchè il tema è tutt'altro che di poco conto, per quanto riguarda l'idea che un'amministrazione dovrebbe avere del governo locale e quali valori rappresentare.

 

Sia come sia, ieri il PD carpigiano ha dato ancora prova di poter contare su un discreto “zoccolo duro”, per quanto quasi dimezzato rispetto a quattro anni fa, e comunque di sufficiente consenso per determinare le maggioranze di questo comune.

Allo stesso tempo, con infinite meno risorse e visibilità il comitato voluto e promosso da tanti esponenti delle forze di opposizione e semplici cittadini (e fra i firmatari anche da qualche elettore PD), raggiungerà anche lui un obiettivo che vale doppio, proprio per via dell'ostinazione con la quale il PD ha provato ad ostacolarlo, coprendosi di ridicolo.
Se poi teniamo conto, come ci insegnano i casi elettorali di paesi come Olanda e Francia, che di questi tempi, anche partiti molto strutturati possono subire violenti rovesci su scala nazionale, fossi nella classe dirigente del partitone, qualche pensiero ce l'avrei..


Certo, su scala locale, l’eredità di consensi costruita dalle generazioni precedenti, mostra segni di erosione, ma è ancora larga.

Una classe politica lungimirante cercherebbe di capire e dialogare con il suo “elettorato perduto”, quello che invece abbiamo visto con le ultime giunte, specie nel modo di gestire le vicende in Consiglio Comunale, è l’arroganza di chi si considera, in quanto "vincente", sempre dalla parte giusta e la totale incapacità di confronto con le istanze che non si siano “generate” all’interno dei canali del partitone stesso, ovvero un uso miope del potere.



In questi anni, a Carpi, in assenza di avversari credibili o credibilmente organizzati, PD e microalleati hanno potuto permettersi ancora di fare finta di rappresentare la quasi totalità della comunità carpigiana come negli anni 70, ma la realtà è appunto diversa e, presto o tardi, potrebbe esserci qualche brusco risveglio, se non in termini di ribaltoni dei risultati elettorali,  di sicuro in termini di astensione (cosa che comunque ai renziani va benissimo, basti pensare ai commenti sulle ultime penose elezioni regionali).

Del resto, se ci si sceglie un leader "rottamatore", il risultato non può che essere quello di  governare su cocci e macerie (in questo caso dell'identità politica e del senso di appartenenza alle istituzioni che appartenevano a questa terra).
Così ad occhio, non pare una via nè saggia, nè duratura.

domenica 23 aprile 2017

Lo scissionista che piace al partitone

In rete è tutto un fiorire di commenti di attivisti e dirigenti del partitone nostrano, su su fino al segretario dimissionario Renzi, di "endorsement" a favore di Emanuel Macron , il "giovine" liberale", fuggito per tempo dalla disfatta del governo Hollande (in origine sventolato anhe qua da noi come simbolo della "sinistra" che vince).
In altre parole, i PD nostrani, si spellano le mani nè più nè meno che per un liberale (forse), lasciando nel dimenticatoio il loro compagno Hamon (candidato ufficiale del PS francese), per non parlare dell'innominabile Jean Louis Mélenchon che, alla guida di una formazione "anomala"  di ex socialisti, ecologisti e sinistra dispersa varia, non considerato dai media fino a dieci giorni fa, oggi rischia di essere in lizza per il ballottaggio, che i sondaggi danno come una corsa a 4, tra la destra estrema della Le Pen, quella mercatista di Fillon, il mercatismo "politically correct" appunto di Macron e la sinistra "anomala" di Mélenchon (che per altro, è anche lui un fuoriuscito del PS, solo che lo fece quando ancora il PS era un pezzo importante del potere politico francese).

Come nota di colore fa specie vedere che gli stessi che hanno additato a pubblico ludibrio, per settimane, in patria, gli "scissionisti" di casa nostra, oggi si mettano in fila ad elogiare lo scissionista in casa altrui ("scissionista" in senso lato, dato che Macron non è mai stato dirigente del PS, ma era comunque membro del governo eletto dal PS).
Dato che l'unica differenza reale fra i due casi (italiano e francese) è che in realtà, quella di Macron è una scissione "da destra"; se ne deduce che l a scissione è "buona" se si fa in nome della difesa del mercato e del sistema vigente, cattiva se la si fa (anche in modo molto blando e ambiguo) su temi "da sinistra", come il patetico tentativo fuori tempo massimo di Bersani e soci di ridarsi una "verginità" di sinistra.

Sia come sia, dopo aver sepolto ancora in vita anche la memoria del povero "compagno" Hollande, incensato e osannato al momento della vittoria, dopo aver fatto finta che il PS abbia comunque individuato la figura a cui affidare l'immane compito di rimettere insieme una credibilità per sempre perduta (i povero Hamon), i piddini nostrani si schierano compatti a sostegno di Macron.
Roba che se fossi un socialista francese, alla prima riunione del PSE, quantomeno chiederei l'espulsione della delegazione italiana, per la mancata solidarietà al compagno di partito,

Nel frattempo cresce, alimentata dal disagio reale di tante persone e dalla crisi di rappresentanza per i ceti più danneggiati dalla "crisi" (che crisi non è) l'ondata di populismo xenofobo a destra, grazie alla facilità di offrire come capro espiatorio di ogni male l'ondata migratoria determinata da globalizzazione e guerre e, fortunatamente, anche la voglia nella sinistra di molti paesi di rimettersi in gioco, che in Francia si traduce all'appoggio di sempre più vaste fette dell'elettorato alla sinistra "anomala" di Mélenchon.

Se veramente il feticcio dell'unità a sinistra, usato a mo' di randello in Italia contro ogni organizzazione o corrente che ritenesse le politiche del partitone (anche pre-renziano) sbagliate, oggi avesse un senso, in teoria i socialisti francesi e i loro colleghi di partito italiani, dovrebbero riconoscere che l'unica possibilità di vedere istanze di sinistra nel dibattito per le presidenziali venga dal sostegno della candidatura di Mélechon, ma evidentemente, la cosa turberebbe troppo il sonno di classi dirigenti ormai assuefatte al sistema attuale.

In una situazione del genere, se Hamon avesse fatto il "beau geste" di ritrarsi, invitando al voto per Mélenchon, magari avrebbe poi potuto contattare alle legislative una piattaforma un po' meno radiale, forse anche un po' più ragionevole e realizzabile, e al tempo stesso messo seriamente le basi per la costruzione di un modello di sinistra unitaria e alternativa.
Ha prevalso invece la difesa di un'identità e credibilità largamente sputtanate, che richiederanno anni per essere ricostruite, sempre che nel frattempo non ci si perda per strada.

Sull'altro versante ("altro" anche rispetto ad Hamon, si badi bene), Macron e Renzi sono portatori dello stesso modello di politica: competizione leaderistica, smantellamento di ogni struttura di partito, gestione del potere per il potere, all'interno dei confini dettati dall'attuale sistema economico e finanziario.
Che questo sia utile per frenare le ondate di populismo di destra che attraversano i nostri paesi, a me pare molto dubbio.

Vada come vada, sono abbastanza convinto che stasera Mélenchon non passerà, quel che è certo è la figura barbina che faranno i socialisti del PS, nel totale abbandono anche dei loro "cugini" italiani, a cui in fondo con la parola "socialista", crea pure qualche imbarazzo.

La prima, è che "l'unità delle sinistre", interessa solo se è a guida moderata e il 

sabato 25 marzo 2017

Marco Vergnani: La bassa reggiana ha il suo Ben Harper (ma non lo sa)

Per la lettura di questo post, si consiglia caldamente di tenere in sottofondo (in loop) o il giro di basso di 24 hours dei Joy Division o quello di Lungo i Bordi, dei Massimo Volume.

Io e il blues siamo mica amici.
Cioè lo rispetto, qualcosina nelle sue forme più rock ed edulcorate è passato pure nella mia striminzita collezione di cd, ma alla fine della fiera, per me rimane un pianeta insondato, più o meno come la classica o la lirica, roba che mi posso imporre di ascoltare per curiosità intellettuale, ma che mi scalda poco.

Poi però succede una volta l’anno che mi trascino fuori dalla mia routine “post cenale”, per debiti di amicizia e mi ritrovo in un posto off che più off non si può (nel senso che non è "chiccosamente " off: è proprio "fuori" dal mondo, nel mezzo del niente della pianura padana) come il Buena Vida di Novellara, a sentire quello strano miscuglio di folk, blues rock e affini in salsa reggiana che sono Marco Vergnani e gli Attachments.

Allora, stasera io provavo a guardarmi da fuori, venuto su a newwavepostpunkbritpoindiegrunge, ascoltare , facendo il distaccato, marcando la leggerezza dei pezzi nuovi come “naif”, salvo poi ritrovarsi con un sorrisino ebete sulla faccia man mano che sul palco srotolavano la loro arte, fatta di canzoni dai test semplici ma non banali, ruspanti, onesti, appassionati o ironici, comunque sinceri e te bisogna che decidi solo di starci dentro a quel senso lì, affettando anni e anni  di ermetismi e contorsioni mentali e martellamenti esistenziali sui maroni  delle anime straziate della tua iconografia pop-rock, accettare il fatto che alla fine la musica è fatta per farti stare bene e a volte si sta bene senza complicare troppo il pane (e comunque, alcune canzoni volano alto anche di senso, come ad esempio la Non Celo con cui hanno aperto la serata o la poesia di Ombrosa, con cui pensavano di averla chiusa, prima di essere obbligati as estenuanti bis, per la loro età).

In più, i vigliacchi, in mezzo ti buttano delle cover da niente, da Dylan a Ben Harper, ai Buffalo Springfield e qua viene da aprire una parentesi.

Avete presente l’effetto YMCA alle feste o ai revival in discoteca, cioè quella roba che sembra che si debba essere tutti entusiasti  e contenti per forza in pista da ballo e che sta appena un gradino sotto alla demente tristezza del trenino fatto sulle note di Meu Amigo Charlie Brown (peppè peppepè)?
Ecco io quando mi ritrovo in un locale e sento qualcuno rispolverare classici, rischio sempre quella roba lì, ovvero l’abisso di disperazione che ti si insinua nel cervello, che però ti pare brutto fare l’espressione un po’ sbuffata, che si passi per snob del cazzo e quindi ciondoli un po’ la testa facendo finta di far parte dell’entusiasmo generale.

 Ecco invece se sei in un posto dove suonano quei quattro citati sopra, l’effetto diventa che tipo sei lì che li ascolti pacifico e tranquillo, che li guardi un po’ come fa l’entomologo con i formicai, per vedere se c’è qualcosa di diverso o sbagliato nell’architettura generale della cosa,  e ti riscopri a saltellare come un cretino su Save Tonight (e vabbè, la facciamo facile) , o con una pelle d’oca alta un dito quando attaccano Wild Horses, che sulle prime pensi che sia una ruffianata acchiappaconsensi, e invece no.

 La stanno suonando davvero.

E non è che la suonano solo bene, è che la suonano pure come se tu (il pubblico) in realtà non ci fossi.

Cioè sembra che se la stanno suonando per loro, se la stanno godendo, se la maneggiano e ci amoreggiano in modo impudico in luogo pubblico e noi siamo lì solo a fargli da pretesto per poter suonare.

Per quanto riguarda Ben Harper invece,  chiudendo gli occhi rischieresti di confonderlo con l’originale per voce e passione.

Boh, io la musica l’ascolto e basta, tecnicamente non ne so nulla e sui generi faccio un gran casino, ma a me pare che tutti e quattro, oltre che divertirsi, abbiano accumulato gran mestiere e pure facendogli tirare fuori a tradimento in finale Fisherman Blues, (di cui per altro Marco ha inciso anche un’ottima versione italiana), te la fanno senza una sbavatura e con molto gusto.

Oh, ci sarebbe molto più da dire, ma la mia memoria bacata si perde i titoli dei brani (e provarli a recuperare dalla lista fotografata a fine concerto, dalla calligrafia d’artista del Vergnani, diventa cosa ardua), quindi, tirando le somme,  senza tante cerimonie, la verità cruda e che te ti sei divertito, a suon di blues, folk emiliano e classiconi a stelle e strisce , e te ne esci con ancora il tuo sorrisino ebete stampato in faccia, manco avessi riscoperto il fanciullino leopardiano che era in te.

Ecco, adesso potete spegnere i Joy Division o i Massimo Volume, che mi servivano solo per ricordarmi chi sono e  non darla tutta vinta a questi bifolchi.

E fate conto che domattina sia lunedì.