sabato 25 marzo 2017

Marco Vergnani: La bassa reggiana ha il suo Ben Harper (ma non lo sa)

Per la lettura di questo post, si consiglia caldamente di tenere in sottofondo (in loop) o il giro di basso di 24 hours dei Joy Division o quello di Lungo i Bordi, dei Massimo Volume.

Io e il blues siamo mica amici.
Cioè lo rispetto, qualcosina nelle sue forme più rock ed edulcorate è passato pure nella mia striminzita collezione di cd, ma alla fine della fiera, per me rimane un pianeta insondato, più o meno come la classica o la lirica, roba che mi posso imporre di ascoltare per curiosità intellettuale, ma che mi scalda poco.

Poi però succede una volta l’anno che mi trascino fuori dalla mia routine “post cenale”, per debiti di amicizia e mi ritrovo in un posto off che più off non si può (nel senso che non è "chiccosamente " off: è proprio "fuori" dal mondo, nel mezzo del niente della pianura padana) come il Buena Vida di Novellara, a sentire quello strano miscuglio di folk, blues rock e affini in salsa reggiana che sono Marco Vergnani e gli Attachments.

Allora, stasera io provavo a guardarmi da fuori, venuto su a newwavepostpunkbritpoindiegrunge, ascoltare , facendo il distaccato, marcando la leggerezza dei pezzi nuovi come “naif”, salvo poi ritrovarsi con un sorrisino ebete sulla faccia man mano che sul palco srotolavano la loro arte, fatta di canzoni dai test semplici ma non banali, ruspanti, onesti, appassionati o ironici, comunque sinceri e te bisogna che decidi solo di starci dentro a quel senso lì, affettando anni e anni  di ermetismi e contorsioni mentali e martellamenti esistenziali sui maroni  delle anime straziate della tua iconografia pop-rock, accettare il fatto che alla fine la musica è fatta per farti stare bene e a volte si sta bene senza complicare troppo il pane (e comunque, alcune canzoni volano alto anche di senso, come ad esempio la Non Celo con cui hanno aperto la serata o la poesia di Ombrosa, con cui pensavano di averla chiusa, prima di essere obbligati as estenuanti bis, per la loro età).

In più, i vigliacchi, in mezzo ti buttano delle cover da niente, da Dylan a Ben Harper, ai Buffalo Springfield e qua viene da aprire una parentesi.

Avete presente l’effetto YMCA alle feste o ai revival in discoteca, cioè quella roba che sembra che si debba essere tutti entusiasti  e contenti per forza in pista da ballo e che sta appena un gradino sotto alla demente tristezza del trenino fatto sulle note di Meu Amigo Charlie Brown (peppè peppepè)?
Ecco io quando mi ritrovo in un locale e sento qualcuno rispolverare classici, rischio sempre quella roba lì, ovvero l’abisso di disperazione che ti si insinua nel cervello, che però ti pare brutto fare l’espressione un po’ sbuffata, che si passi per snob del cazzo e quindi ciondoli un po’ la testa facendo finta di far parte dell’entusiasmo generale.

 Ecco invece se sei in un posto dove suonano quei quattro citati sopra, l’effetto diventa che tipo sei lì che li ascolti pacifico e tranquillo, che li guardi un po’ come fa l’entomologo con i formicai, per vedere se c’è qualcosa di diverso o sbagliato nell’architettura generale della cosa,  e ti riscopri a saltellare come un cretino su Save Tonight (e vabbè, la facciamo facile) , o con una pelle d’oca alta un dito quando attaccano Wild Horses, che sulle prime pensi che sia una ruffianata acchiappaconsensi, e invece no.

 La stanno suonando davvero.

E non è che la suonano solo bene, è che la suonano pure come se tu (il pubblico) in realtà non ci fossi.

Cioè sembra che se la stanno suonando per loro, se la stanno godendo, se la maneggiano e ci amoreggiano in modo impudico in luogo pubblico e noi siamo lì solo a fargli da pretesto per poter suonare.

Per quanto riguarda Ben Harper invece,  chiudendo gli occhi rischieresti di confonderlo con l’originale per voce e passione.

Boh, io la musica l’ascolto e basta, tecnicamente non ne so nulla e sui generi faccio un gran casino, ma a me pare che tutti e quattro, oltre che divertirsi, abbiano accumulato gran mestiere e pure facendogli tirare fuori a tradimento in finale Fisherman Blues, (di cui per altro Marco ha inciso anche un’ottima versione italiana), te la fanno senza una sbavatura e con molto gusto.

Oh, ci sarebbe molto più da dire, ma la mia memoria bacata si perde i titoli dei brani (e provarli a recuperare dalla lista fotografata a fine concerto, dalla calligrafia d’artista del Vergnani, diventa cosa ardua), quindi, tirando le somme,  senza tante cerimonie, la verità cruda e che te ti sei divertito, a suon di blues, folk emiliano e classiconi a stelle e strisce , e te ne esci con ancora il tuo sorrisino ebete stampato in faccia, manco avessi riscoperto il fanciullino leopardiano che era in te.

Ecco, adesso potete spegnere i Joy Division o i Massimo Volume, che mi servivano solo per ricordarmi chi sono e  non darla tutta vinta a questi bifolchi.

E fate conto che domattina sia lunedì.