venerdì 6 ottobre 2017

I rancori del vecchio Werther. Recensione di un libro non letto

Questo è un pezzo che si vorrebbe satirico (o perlomeno inutilmente e aggressivamente sarcastico, di sicuro ingiustificatamente lungo), quindi non prendetelo sul serio. Almeno non tutto.

Si apprende da anticipazioni giornalistiche e post sui social, che il mai dimenticato ex Sindaco di Carpi, ex consigliere regionale ed ex presidente IACP, Werther Cigarini, abbia dato alle stampe un libro di epiche memorie, sulla sua lunga vita di impegno politico, ai tempi delle “magnifiche sorti e progressive” della buona amministrazione comunista emiliana (corrispondente più o meno a finché c’era lui ), dal titolo CARPIGRAD (sottotitolo: Dal buon governo ai Kalinka Boys: i dolori del compagno Werther).

Ora, da impenitente postmoderno pigro ecologista, ho umanamente un debito con il Sindaco CIgarini: essere stato fra i primi (se non il primo) a capire che le piazze rinascimentali (e manco quelle medievali o barocche), non si possano ridurre a parcheggio.
Lo fece in un’epoca nella quale i temi ambientalisti si erano appena affacciati nel dibattito politico e molto prima che si fossero mai sentite nominare le polveri sottili. Oggettivamente un atto di lungimiranza, le cui motivazioni all’epoca potevano suonare talmente “avanti” da risultare misteriose e financo sfociare nell’esoterico, ma del quale come carpigiani tutti dovremo sempre essergli eternamente grati (anche quei buzzurri che in piazza ci vorrebbero ancora parcheggiare).

Pagato questo tributo, passiamo alle cose serie.

Dato che quando cominciò la sua lunga carriera politica, io avevo i calzoni corti e la mia la interruppi diversi anni prima che lui andasse in pensione, non esito a dire che ho potuto apprezzare solo parzialmente i fasti della sua attività amministrativa in Comune, Regione e IACP.

Nella breve parentesi che mi vide “semifunzionario” del partitone (all’epoca in versione PDS), avevo però già sviluppato una discreta  idiosincrasia per certi voli pindarici del nostro, relativi al superamento della forma partito (o perlomeno “di quella” forma partito), sul ruolo delle sezioni e via modernamente discorrendo, temi che il nostro magistralmente spadellava nelle assise di partito, con una verve inversamente proporzionale all'interesse che destava.

Oddio, non che fosse peggio delle relazioni chilometriche e sfiancanti dell’allora segretario Arletti alle direzioni comunali che si tenevano in Sala Banfi, partorite dopo un duro lavoro di copia e incolla manuale (all'epoca i pc non avevano ancora sostituito i ciclostile) di articoli e articolesse tra Il Sole 24 ore e il Corriere della Sera (dando per scontato che quelle dell’Unità già nei primi anni ’90, risultassero fuori moda, per il dirigente di partito che si voleva "post-comunista") che ne giustificavano la presenza in ufficio e lo stipendio, ma insomma, mettetevi voi nei panni di un poco più che ventenne, non uscito vivo dalla formazione politico sentimental consumista degli anni ’80 (come avrebbe cantato qualcuno  qualche anno più tardi), a doversi sorbire il confronto tra il lento e pompieristico triturare verbale dell’allora segretario (soprannominato “Lo Zero” anche da chi oggi non lo ammetterebbe mai), impegnato nel tenere insieme i cocci  dopo la recente scissione post ’89 e della ben più preoccupanti divisioni  congressuali interne fra “Mozione 1” “Mozione 2” e “Mozione 3” (e forse pure i Verdi all’epoca, udite udite, potevan sembrare una minaccia) e lo scoppiettante vaniloquio di chi ovviamente aveva capito tutto, prima di noi tutti.

L’allora consigliere regionale Werther  oggi si potrebbe definire come  una specie di  renziano ante litteram, forse pure un blairiano ante litteram, con la sfiga però di non poter apparire proprio così di primo pelo e se alla fine l'unico riferimento nazionale era Napolitano, faceva pure meno figo.

In compenso era così avanti, ma così avanti nel teorizzare la vetustà del partito di massa fatto di iscritti e sezioni, che, dopo averci spiegato la lezione per un numero indefinito di assise, inspiegabilmente venne trombato alle elezioni regionali del 1994, perché le sezioni non si diedero particolarmente da fare nella raccolta di preferenze.

Paradossalmente un destino poco diverso da quello che per tutti gli anni 90 e pure nel XXI secolo fu uno dei suoi principali avversari, Enrico Campedelli, anche lui escluso in termini di preferenze dallo scranno in regione e recuperato solo in virtù di un gentile omaggio (un po’ “spintaneo”) della compagna Palma Costi, fatta assessora regionale.
Una costante che accomuna gli ex sindaci carpigiani: non contare un accidente in provincia (e quindi non raccattare un voto oltre la Lama o l’incrocio tra via Marx e la Romana sud), e stare pure un poco sulle balle ai propri concittadini e soprattutto compagni, che gli scappa pure di non dare preferenze a valanga o addirittura di regalare qualche briciola a dei foresti, giusto per dispetto.

Ma torniamo al pregevole tomo di memorie del quale, come specificato non ho letto manco la quarta di copertina.

Non potendo più ammorbare le direzioni di partito (se ancora esistono, che io le direzioni del partitone non le vedo più dal 1994), l’anziano Werther si ripiglia oggi per un po’ la scena del dibattito politico locale, pubblicando un testo che dovrebbe spiegarci la parabola discendente delle amministrazioni a lui seguite, che dei tempi del fu PCI (variante illuminata-riformista carpigiana) hanno mantenuto solo il  granitico e stolido conformismo alle direttive del partito, indifferente a qualsiasi evoluzione sociale e men che mai teorica (intesa come teoria politica), che non avesse a che fare con il garantirsi una perdurante gestione del potere, escludendone a bella posta le migliori avanguardie miglioriste (cioè lui).
Il chè è vero.

Cioè non che “lui” rappresentasse mai chissà quale incredibile innovazione dal punto di vista teorico e organizzativo, dato che grazie alla sua innata modestia riusciva a comunicare solo con una ristretta cerchia di piccoli fan, lamentandosi dell’incomprensione del resto del partito, però sul fatto che un’involuzione e un decadimento della qualità amministrativa ci sia stato  (con eccezione del periodo Bergianti direi, ma anche lì ero troppo piccolo per giudicare con cognizione di causa), di sicuro siamo d’accordo.

Il nostro però rivela la vena più rancorosa che dolorosa, aggettivando (da parecchi anni in qua, in ogni sua comparsata sui media) l’attuale gruppo dirigente del partitone (molto meno “one” di una volta, effettivamente) come “Kalinka Boys”.

Ecco, per non saper né leggere né scrivere, questa sua propensione all’irrisione e riduzione di una piccola esperienza di circolo giovanile, che nel bene o nel male segnò un paio di generazioni di giovani militanti o simpatizzanti della   sinistra carpigiana (e di molti giovani carpigiani che semplicemente non avevano un cazzo da fare e comunque al Kalinka la birra costava meno e ti prendevano anche se non avevi la felpa Best Company), al trampolino di lancio di quei cinque o sei che da lì “spiccarono il volo” per le loro carriere politiche, ecco, basta quello per poter catalogare l’altrimenti illuminante racconto  della esemplare vita politica del nostro, come lo sfogo notturno di chi non dorme per un'irritante esofagite.

Ora, io capisco che per questioni generazionali, un seppur brillante ex funzionario di partito, ex sindaco, ed ex consigliere regionale,  possa non comprendere perché ci si ostinasse a tenere aperto quel posto con qualche velleità politico culturale (ma con molti più dediti alle sbronze del venerdì sera e/o votati a pratiche erotiche nelle adiacenti scale esterne), con alcuni stagioni di concerti e  spettacoli brillanti, grazie al costante ripianamento dei bilanci da parte del partitone. 

Certe volte non lo capivo neanche io cosa esattamente ci stessimo a fare, a scaldar panini, servire bevande, menar mascarponi e pulire cessi ogni santo sabato,  ma è vero che quel gruppo là era molto più ampio dei cinque o sei che la monomania politicistica del Werther oggi inquadra come “Kalinka Boys”, per questo, l’aggettivazione (o è una sostantivizzazione?) un po’ rode.

Certo, anche noi si ha la sfiga di essere venuti poco dopo i liberi punk anarchici del Tuwat e in più con il fatto che eravamo emanazione diretta dalla federazione giovanile, non possiamo neanche essere citati nei (un po’ patetici) amarcord sulla musica e cultura giovanile di quegli anni, però in realtà eravamo, se non tanti, in abbastanza per formare una comunità motivata, che ci provava a trovare una strada nell’impegno in politica non necessariamente professionistica, in un momento in cui “la linea” non c’era e se c’era (come rivelerà poi l’evoluzione ultima del partitone dei giorni nostri) era sbagliata.

Anzi, proprio il fatto che molti di quelli che ho conosciuto io all’epoca, oggi il partitone non lo votino manco più (da un po’), vuol dire che facemmo un ottimo lavoro in termini di sviluppo del senso critico.

Quindi, da attento lettore di copertine quale sono non posso che chiudere questa recensione consigliando caldamente la lettura di questo libro, adatto a tutti gli over 60 carpigiani con un’elevata stima di sé (che comunque saranno sempre più dei lettori di questo blog. Anzi, magari qualcuno gliel’ho procurato pure io).


A quelli che rimangono, giuro che per la prossima recensione, prima il libro lo leggo.  

P.S.: manco son sicuro che all'epoca Cigarini fosse "migliorista". 
Per come mi stava  sui maroni (politicamente parlando) , sicuramente lo sembrava